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Dichiarazione di guerra dell’Impero austro-ungarico al Regno di Serbia in seguito all’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este (Sarajevo, 28 giugno 1914).

Da Andrea Molesini, Il presagio:

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“Gentili signore, cari ospiti, è con grande tristezza che mi accingo a dare una notizia che nessuno, in questa sala e, credo, nell’intera Europa, avrebbe voluto sentire… L’emozione, non l’arte oratoria, impose una pausa. Qualche ora fa l’impero degli Asburgo ha consegnato alla Serbia la dichiarazione di guerra che segue al suo rifiuto di accettare senza condizione le clausole previste dall’ultimatum del 23 luglio scorso. Appena un’ora fa mi hanno riferito che Belgrado è sotto il fuoco dell’artiglieria austriaca. Quest’ultima notizia, però, non è ancora stata confermata da fonti ufficiali. Il commendator Spada fece una pausa. Abbassò il foglio, fece un passo avanti. Il silenzio si toccava con le dita. Amici… permettetemi, in questo momento, di usare questa parola, amicizia, con calibrata leggerezza; amici, questo 28 luglio del 1914 è un giorno che resterà. Un giorno di tragedia, perché molti di noi sono in età militare, e molti altri hanno figli e fratelli che conosceranno il campo di battaglia. Mi pare sia stato Solone a dire che il male pubblico giunge alla casa di ognuno. Sotto il primo arco della vetrata esplose un singhiozzo trattenuto. Niccolò si girò: una signora si copriva la faccia con le mani. Poi il silenzio si fece muraglia. Allora gli parve d’intravedere, vicino a una delle colonne dell’ingresso, la testa rossa di Monsieur Morin. In momenti come questi è naturale che la paura e la costernazione confondano la mente, e minaccino le fondamenta del palazzo, magnifico e fragile, che chiamiamo Civiltà. Ebbene l’Excelsior non è solo un grande albergo, è un mattone di quel magnifico, fragile palazzo. L’Excelsior è il mio sogno, il sogno di una vita, un sogno che ha coinvolto una città intera, che voleva essere, aspirava a diventare, una testimonianza di cosa può e sa fare la civile convivenza di uomini e nazioni. L’Excelsior è un crocevia, un monumento all’amicizia, e questo vuole continuare a essere a dispetto dell’ora avversa. Si sarebbe udito un tovagliolo cadere. Niccolò cercò, con gli occhi, i suoi camerieri. Erano, tutti, sull’attenti, i vassoi in verticale lungo la gamba, scudi deposti di soldati dispersi fra le schiere dei tavoli imbanditi. Vorrei concludere con un appello. Un appello al coraggio di tutti e di ciascuno di voi. Non permettiamo al dolore, alla rabbia, all’odio di travolgere quel che i bei giorni passati hanno fatto per noi, quel che noi abbiamo fatto di loro. Ciascuno per proprio conto è chiamato, io credo, a farsi soldato di un regno più grande di quello che porta il nome della sua patria, e del casato che la governa: il regno dell’umana generosità, e del coraggio. Potrebbe succedere, dio non voglia che accada, che qualcuno di noi, qualcuno dei presenti, per una maligna bizzarria della sorte sia costretto dal dovere di fedeltà al proprio sovrano, alla propria terra, a puntare il fucile su un uomo che proprio qui ha condiviso con lui il tavolo da pranzo o da gioco. Il foglio con le tre parole gli sfuggì dalle dita e scivolò sotto la scarpa di una signora che sembrava ascoltare trattenendo il respiro. Ricordiamoci di rimanere uomini, perché la nostra umanità, proprio in momenti come questi, è il nostro bene più prezioso. E la pietà resta il primo dovere, di tutti e di ciascuno, sempre. Penserete che io sono un uomo d’affari, che la guerra io la odio perché non fa bene all’industria degli alberghi, in cui ho investito tempo, sogni e denaro… molto denaro. È vero. Ma io odio la guerra perché credo che quel che distrugge non può più essere riedificato. Oh… la specie sopravviverà, perché è sempre riuscita a farlo, in ogni tempo, in ogni guerra, ma questa volta potrebbe subire, lo temo davvero, una mutazione. Sì, avete ben inteso, una mutazione culturale da cui non sarà facile che nasca qualcosa di buono, di bello, di grande. La grazia e il coraggio nessuno se li può dare, ma ciascuno ha il dovere di difendere ogni briciola di grazia e di coraggio che trova dentro di sé. Non permettiamo al nostro mondo, al mondo che abbiamo ereditato dal lavoro dei padri e che a nostra volta abbiamo trasformato per i nostri figli, di farsi terreno di odio. Sta a ciascuno di voi, di noi, fare del suo meglio, tutto quel che può… perché questo non accada, oggi e in tutti i difficili giorni che ci aspettano. Mi dispiace, mi dispiace davvero di essere stato io a… – la voce gli mancò, tossì, – darvi questa notizia, mi dispiace di avervi rovinato la cena. Auguro buona fortuna a tutti, a ciascuno di voi, a tutti noi. Dio sa se ne abbiamo bisogno. Con passo svelto il commendatore lasciò la sala ai camerieri che ripresero, più rapidi e solerti, il lavoro interrotto. Uscendo udì solo il silenzio. Né chiacchiera, né tintinnare di forchette, solo silenzio. Lo stesso silenzio che si agitava, con fragore, nel suo petto.”