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Lettura da Mario Rigoni Stern, Le stagioni di Giacomo:

Quel giorno della dimostrazione per i tori, un pomeriggio di sabato quando le bancarelle erano già state ricaricate sui carri, Giacomo, Nino e Mario si trovavano in piazza tra i dimostranti. Giacomo era sceso dalla sua contrada seguendo i contadini che si erano passata parola per la protesta. Li aveva visti per la strada vestiti a festa e con passo deciso. A voce alta chiamavano a raccolta chiunque volesse seguirli. Erano proprio stanchi del Consorzio provinciale fascista degli allevatori che a tutti i costi voleva imporre la razza svitt, o svizzera, in sostituzione della secolare burlina che da sempre avevano nelle stalle e sui pascoli e che la tradizione diceva fosse stata portata al seguito degli antenati quando dal Nord vennero ad abitare queste montagne. La burlina, dicevano i contadini e i malghesi, è una vacca che non strapazza l’erba sui pascoli, che mangia in modo regolare senza saltare qua e là come la svitt; e poi, non essendo pesante, non rompe la cotica con le unghie e l’erba se la va a cercare anche in posti dove le altre vacche non vanno. Poi è anche sicura per il tempo della fecondazione e del parto, e longeva.

Per queste qualità, che il Consorzio non voleva riconoscere, i dimostranti non intendevano accettare l’imposizione di ammazzare i tori burlini e di castrare i torelli. Dietro tutto questo, dicevano, ci doveva essere l’interesse del presidente del Consorzio e di qualche importatore.

A sorvegliare che le vacche non venissero fecondate dai tori burlini furono chiamati i guardaboschi comunali, ma anche i reali carabinieri, le guardie di finanza, i militi forestali; tutti questi, a dire il vero, non si dimostrarono tanto zelanti. Chi invece si rivelò intollerante fino all’ irritazione fu Nane Runz, assunto come guardacaccia dal presidente degli allevatori, commendatore Colpi, che era pure presidente del Consorzio riserva di caccia.

Nane Runz, già valoroso ardito nei reparti d’assalto alpini, si era sfracellato una mano con una spoletta andando a recupero e, in qualche maniera, gliela aveva amputata il nostro medico condotto che aveva fatto la guerra assieme a lui, dal Monte Rombon, all’Ortigara, al Piave. Dopo questo incidente Nane si era iscritto al fascio come primo passo per un comodo posto di lavoro. E, in quel tempo della contestazione taurina, si appollaiava sopra le contrade come un falchetto su un larice, e quando vedeva le vacche che venivano accompagnate verso le stazioni di monta clandestina piombava giù al momento giusto per cogliere sul fatto animali e proprietari. Le sue denunce e i suoi verbali erano inesorabili. Di tutto questo i contadini erano stanchi e ritenevano di avere il diritto di scegliere i tori e le vacche che meglio confacevano i loro interessi. Così si passarono parola per dimostrare in quel pomeriggio davanti al municipio.

Nino, Mario, e gli altri ragazzi che stavano giocando a pallone nella piazzetta, quando videro tutta quella gente che gridava per le strade, si unirono ai dimostranti per curiosità e qui si incontrarono con Giacomo.

Gli uomini si erano fermati davanti al municipio e gridavano:

–          Viva Mussolini e i tori burlini | morte al Colpi e ai tori svitt! | Noi allevatori | vogliamo solo i nostri tori!

Anche i ragazzi gridavano divertiti: — Viva Mussolini e i tori burlini! —e si andò avanti così per un bel po’, finché il commissario prefettizio, stanco della cagnara, telefonò ai reali carabinieri e alle guardie di finanza e ai militi forestali che subito vennero armati e munizionati. Il capitano forestale, come più alto in grado, prese il comando e ordinò lo scioglimento della manifestazione. Non servì il suo di gridare perché l’altro era più forte. Allora il commissario prefettizio che dalla finestra del suo ufficio osservava la piazza, a mezzo del messo comunale mandò un biglietto, al maresciallo dei carabinieri con l’ordine di arrestare gli uomini più scalmanati. Che si fecero arrestare docilmente, forse solo questo aspettavano: di farsi condurre ammanettati attraverso il paese fino alle Carceri Mondamentali, senza battere ciglio. Come era scritto degli eroi del Risorgimento sui libri di scuola. I ragazzi e le donne li seguivano gridando: «Viva Mussolini e i tori burlini!». Era come un gran bel teatro all’aperto.

Prima di sera il fatto dell’arresto dei contadini fece il giro di tutte le contrade, anche in quelle più discoste. Più tardi le donne del contado si passarono la voce per una dimostrazione da farsi il giorno dopo e molte di loro, in quella notte, restarono sveglie per lo sdegno e la collera che aveva suscitato l’arresto dei loro uomini.

Al mattino arrivarono in piazza alla spicciolata dai quattro punti cardinali come nel giorno della fiera di San Matteo. Quando furono un gruppo compatto si schierarono davanti al municipio e incominciarono a gridare chiedendo la libertà per gli uomini imprigionati ma anche la libertà di scegliere i tori che volevano. Il commissario e il segretario comunale, a quel gridare e al vedere tutte quelle donne arrabbiate telefonarono subito ai carabinieri, alle guardie forestali, alle guardie di finanza e al pretore. Quest’ultimo gli consigliò di telefonare anche a Sua Eccellenza il prefetto e il questore.

La forza pubblica circondò le donne che non smettevano di gridare: «Vogliamo liberi i nostri uomini | sono galantuomini!», oppure: «Noi siamo garibaldine | vogliamo le vacche burline!» All’azione dei carabinieri e dei militi forestali che volevano strattonarle e farle andare via, diventarono come furie: «Vigliacchi! Voi non potete toccarci, siamo donne!»

La forza pubblica ritirò davanti alla porta del municipio perché minacciavano di defenestrare il commissario e il segretario, e distruggere l’Ufficio della Cattedra ambulante dell’agricoltura.

Fu a questo punto che il maresciallo dei reali carabinieri estrasse la spada dal fodero per ordinare la carica ma le donne non si lasciarono impressionare e gridarono ancora più forte:

«Viva Mussolini e i tori burlini!»